Renato Filippelli

dai fatti al web

Carmelo Mezzasalma “Poesia di vita, poesia di Dio” su Feeria n. 49

Posted on | Febbraio 19, 2017 |

Riportiamo qui l’articolo di Carmelo Mezzasalma apparso sul n. 49 di Feeria, Rivista per un dialogo tra esodo e avvento

POESIA DI VITA, POESIA DI DIO

Renato Filippelli, Tutte le poesie, Gangemi Editore, Roma 2015

L’edizione critica delle poesie di questo intenso, appartato e straordinario poeta sembra gettare una luce nuova su quel Novecento della nostra poesia che, nonostante tutto, ebbe molto a cuore anche la domanda religiosa.

Occorre subito dirlo con molta franchezza: questa edizione critica di Tutte le poesie di Renato Filippelli è una vera scoperta per chi, da molti anni, s’interroga sul frastagliato e movimentato Novecento della nostra poesia in cui, a dettare legge e anche mode critiche, sono stati i così detti poeti maggiori, notissimi e, per conseguenza, sempre presenti nei repertori e nella mappe del mondo letterario di quel secolo. Una civiltà letteraria, in effetti, è fatta soltanto da questi nomi oppure proprio i poeti meno noti contribuiscono a leggere più in profondità quella temperie, spirituale e culturale, in cui si sono formate esperienze poetiche note e meno note? Crediamo di sì. Anche perché la categoria dei “minori” è fuorviante e ingannevole dal momento che si vuole soltanto schematizzare quando, in realtà, non è possibile farlo senza danneggiare quello sguardo d’insieme che ci permetterebbe di capire e apprezzare quanto è avvenuto in una civiltà letteraria di alto profilo, qual è stato effettivamente il Novecento.

Curata con grande competenza e autentica passione letteraria dalla figlia Fiammetta, vicinissima al padre per tante e tante ragioni, non ultima quella dell’amore per la poesia, accompagnata da una lucida prefazione di Emerico Giachery e dalla postfazione, altrettanto puntuale, di Francesco D’Episcopo, questa edizione dell’intero itinerario poetico di Renato Filippelli arricchisce quel nostro sguardo sul Novecento d’una esperienza tutt’altro che marginale o minore, bensì illuminante e straordinaria. E dato il fatto che siamo sull’onda di un certo, anche se sorvegliato, entusiasmo, si deve aggiungere un meritato elogio all’Editore che ha approntato l’edizione di questo libro, di circa cinquecento pagine, in modo elegante e accattivante. Segno certo della sua stima per una poesia che si staglia, nitida e sicura, in un panorama letterario novecentesco ancora tutto da scandagliare nelle sue diramazioni maggiori e, se vogliamo, anche minori, ma non meno stringenti e capaci di gettare nuova luce sulle strade maestre imboccate dalla poesia di quel secolo. Sta di fatto che la poesia di Renato Filippelli, dai suoi folgoranti inizi e fino alle ultime prove, è certamente immersa nella migliore tradizione novecentesca e, al tempo stesso, se ne distacca per quella sua ricerca, tutta interiore e profonda, di trovare ragioni forti per cantare la vita tout court. Certo anche il dolore, gli strappi, le sottili inquietudini, le grandi domande che assillano il vissuto, ma sentendo la vita come una totalità buona e appassionante, quasi a esorcizzare quei veleni di un nichilismo strisciante che, di fatto, sembrava percorrere, in lungo e in largo, quella “tradizione” a cui il poeta non poteva o non voleva sottrarsi in un modo o nell’altro. Diciamo subito che questo poeta, forse appartato ma straordinario, ha conservato un ideale alto del fare poetico, sospinto in profondità da una autentica, anche se mai esibita, pietas cristiana, un ideale a cui è rimasto fedele tutta la vita con una coerenza e una forza che lo ha tenuto lontano, in un certo senso, dalle mode o dai sommovimenti di una stagione letteraria quanto mai convulsa e pronta a cedere al disinganno e allo scacco. Figlio del suo secolo, culturalmente e letterariamente parlando, Filippelli imbocca, tuttavia, una sua strada fatta di adesione totale alla poesia alta e aperta allo stesso tempo alla domanda religiosa. In un ideale di letteratura e di spiritualità della letteratura, dunque, etico, ben diverso da un idealismo vago o pretestuoso, e per questo motivo foriero di sofferenza e anche di amara, anche se accettata, solitudine. Lo ha detto splendidamente quel critico finissimo, che è stato Mario Sansone, allorché coglieva, in pochi tratti, l’humus di quel fare poetico, sospeso e al contempo gravido di speranza, che è la cifra originale un vero itinerario dell’anima alla ricerca di un senso autenticamente cristiano della vita. L’ancoraggio in un silenzio interiore che si fa presenza dell’Altro e preghiera umile e sicura: «Ma oltre i cieli feriti c’è l’Eterno. / Non fiori d’acqua, danze / di spume sotto il vortice gregale; / in alto / le Tue pupille, lamine d’azzurro / sparenti nella coltrice di nubi» (p. 328). Ed è questa fede, sofferta eppure fiduciosa, che detterà al poeta una delle più belle e suggestive liriche dell’intero libro che è, allo stesso tempo, dichiarazione di poetica e fiducia profonda nel Tu divino che lo incalza e lo sostiene: «Se fosse stato un gioco / non sarebbe durato più del tempo / giovanile: catarro / di stagione non fu la mia poesia. / Oltrepassò l’aprile / degli anni; ora si spazia per i vitrei / cieli d’inverno e mi travaglia / ancora, e incalza e muove una fragaglia / di ricordi, raccoglie in me una folla / dispersa di fantasmi, / che li vesta di carne e di respiro. / Mai fu un gioco; ora è il giro / della falena intorno / all’ultimo segreto della luce» (p. 353). Sí tratta soltanto di esempi in cui la poesia è quasi una sorta di chiamata in attesa, un varco per congiungere l’avventura della vita ad una totalità di senso, il Tu di Dio, che aspettiamo di vedere proprio nella sua assenza e nella sua paradossale vicinanza: «Vedi come ti cerca la mia carne / spirituale? Guizzano / ciechi i miei occhi per la troppa luce, / se t’avvicini. Ascolta, / come l’accordatore il suo strumento / e abbassa le cortine / sulla mia antica insonnia» (p. 455). Un grido, un palpito davvero struggente poiché materiato di umanità e di desiderio.

Non c’è dubbio, allora, che quanto ha scritto, con il suo abituale acume critico, Emerico Giachery risponde alla verità di una poesia stretta e incisa tra la carne umana e le chiamate di Dio al dialogo e al rapporto: «Il colloquio con Dio e con Cristo s’intensifica e fa di Filippelli uno dei poeti religiosi italiani senz’altro significativi dell’ultimo Novecento. Una voce poetica, la sua, anche nei temi religiosi, personale e autonoma, virile e tormentata. Estranea a sentimentalismi pietistici e a retoriche devozionali… Credo che i testi d’ispirazione religiosa rappresentino i vertici della poesia di Filippelli» (p. 25). Ed è proprio così. Dall’amore e dall’ascolto della natura alla vita umile e vera delle sue origini, dagli affetti familiari al respiro di questa interiorità religiosa — la sua “antica insonnia” —, la parola poetica di Renato Filippelli, pur restando ancorata alla migliore tradizione novecentesca, è parola intimamente capace di liberare, in un movimento di gioia e di ascolto, tutto ciò che sembra trattenere in prigionia le realtà mute e inespresse, íl «mutismo — direbbe Karl Rahner — della loro tendenza verso Dio». Tutto, si direbbe ascoltando questa poesia di Filippelli, tende verso Dio in modo silenzioso e al contempo stringente come un filo indistruttibile. É lo sforzo della parola poetica che è linguaggio umano che riesce a strappare le cose dalle loro tenebre per portarle verso la luce della Vita. La luce, dopo tutto, dello sguardo della fede, lo sguardo della misericordia di Dio, del suo abbraccio e del suo perdono nell’umiltà e povertà della vita. L’ultima parte, in effetti, dell’itinerario poetico di Filippelli è un canto, sommesso ma fermo, di questa luce della misericordia di Dio, non già come semplice consolazione alla fine del tempo che avanza, bensì come «corporeità della grazia», direbbe ancora Karl Rahner. Anche la parola poetica è, quindi, «sacramento primordiale della trascendenza». Così la intende il poeta, e così la vediamo anche noi.

In definitiva, un percorso poetico esemplare e di alto valore morale poiché, nella sua lunga e appassionata fedeltà alla poesia, Renato Filippelli non si è lasciato ingannare dalla vanità narcisistica, sempre in agguato in chi possiede il dono di scrivere e di cantare, ma ha accettato di purificare il suo sentire poeticamente la vita, gli affetti, ma anche il mondo intorno e la vita degli altri esseri umani, nel crogiuolo, impervio e dolce, dell’itinerarium mentis in Deo. Perciò ha detto bene Francesco D’Episcopo: «Ormai il Signore è divenuto amabile padrone di casa e del cuore del nostro poeta, e questa condizione rinforza dal di dentro lo slancio di una poesia, che trova una nuova dimora di parole e di voci, che però non smentiscono mai quelle accolte e accumulate nello scrigno della memoria» (pp. 478-479). La memoria della vita, la memoria per conseguenza anche di Dio. E indubbiamente, a conti fatti, davvero, come si è augurata la figlia del poeta, Fiammetta Filippelli, curatrice dell’edizione di Tutte le poesie, sarebbe giusto e doveroso che gli venisse riconosciuto, nella nostra storia letteraria, «Io spazio ufficiale che merita, e che ciascun lettore, imbattendosi per la prima volta in questa poesia, o rinnovandone l’occasione di incontro, provi l’esaltante piacere che prova sempre chi, come me, ha avuto la ventura di vivere con un padre poeta e di aver tratto da lui la forza per sentire la poesia come essenza del vivere, come dimensione altra dell’esistenza in cui trovare accordi universali perfino con quanto ogni giorno ci consuma» (p. 20). Noi siamo tra questi lettori.

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